Excerpt for Una Passeggiata Nel Parco by , available in its entirety at Smashwords

UNA PASSEGGIATA NEL PARCO

Helen Pryke



Copyright Helen Pryke 2017

Copertina copyright Francesco Valla 2017


Smashwords Edition



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Tutti i personaggi e gli eventi descritti in questo libro sono frutto dell’immaginazione dell’autrice e qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, è puramente casuale.


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Muri di silenzio...ottimo romanzo, mi ha presa subito fino alla fine…storia coinvolgente con un finale dove vincono i sentimenti veri contro il male. Mi è piaciuto molto e ne consiglio la lettura a tutti.”

Muri di silenzio” di Helen Pryke è un racconto vero, diretto, coinvolgente fino all’ultima pagina…  dovrebbe avere il suo giusto spazio fra i testi suggeriti ai ragazzi ed alle ragazze dei licei italiani!”


Cielo d’Autunno (un breve racconto gratis)

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Una Passeggiata Nel Parco


Come tutte le fiabe, questa storia comincia con “C’era una volta”. Però, a differenza delle fiabe, non c’è una principessa che vive felice e contenta. Ma questa è una storia basata sulla vita reale e tutti sanno che la vita reale non è una fiaba, non è vero? Ma per adesso basta, cominciamo.

C’era una volta una ragazza (io) che si chiamava Anne. Anne viveva in città, in un appartamento che si affacciava su un enorme parco ombroso. Ogni giorno si alzava presto, si vestiva e andava a lavorare. Le piaceva andare a lavorare – non tanto per il suo lavoro, per lei era solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma per la sua passeggiata giornaliera nel parco. A differenza di tante persone, era contenta di stare da sola ed era contenta della sua vita solitaria. Pensava che le cose sarebbero andate avanti così per tanto, tanto tempo. Ovviamente si sbagliava (altrimenti non ci sarebbe nessuna storia). Un giorno tutto cambiò. Per sempre.

Un giorno caldo e soleggiato in agosto, Anne lasciò il suo appartamento e si diresse verso il parco. Come d’abitudine, si fermò all’edicola e comprò una copia del Times (preferiva le riviste patinate, ma doveva sembrare una donna d’affari seria davanti ai suoi colleghi uomini). Poi comprò un caffè ed entrò nel parco. Quella mattina c’era una piacevole brezza che faceva tremare le foglie e soffiava i suoi lunghi capelli neri. Contenta, sorrise, e si avviò verso la “sua” panchina, dove non c’era mai nessuno così presto alla mattina.

Ma quella mattina la panchina era occupata. C’era un uomo seduto al “suo” posto, tranquillo, a godersi la vista senza neanche accorgersi che stava mandando Anne nel panico assoluto. Cosa dovrebbe fare? Questo non era mai successo prima. Dovrebbe andare avanti e cercare un’altra panchina? Rimase lì ferma, insicura su come affrontare la situazione. Poi iniziò ad arrabbiarsi. Perché dovrebbe lasciare quell’uomo, chiunque fosse, rovinarle la giornata, cominciata così bene? Si raddrizzò le spalle e si sedette accanto all’uomo. Tutti e due rimasero seduti in silenzio, ignorandosi a vicenda. Anne sorseggiò il caffè, soffiandolo leggermente, e cominciò a leggere il giornale. Ma non riusciva a concentrarsi con l’uomo seduto di fianco.

Gli diede un’occhiata furtiva e il suo cuore traditore cominciò a battere più forte. Era così bello, con i capelli biondi e occhi azzurri – proprio come un vero principe azzurro! Sembrava del tutto rilassato, seduto con le lunghe gambe stese e le braccia conserte. Il tipico atteggiamento di un uomo sicuro di sé. Doveva aver sentito la forza del suo sguardo perché si girò verso di lei e sorrise. Sentì le guance bruciare, era sicura che erano diventate rosse e distolse subito lo sguardo, imbarazzata.

«Ciao» disse in tono amichevole.

«Ehm, ciao» rispose Anne, non sapeva dove guardare.

«Mi dispiace se ti ho preso il posto, ma volevo vedere cos’aveva di così speciale questa panchina. Ti ho visto seduta qui qualche volta e sembravi così felice e rilassata, come se fosti tornata a casa dopo una lunga assenza.» Rise, imbarazzato. «Non so se ho azzeccato?»

Anne lo guardò, sorpresa. Aveva appena descritta esattamente come si sentiva ogni volta che si sedeva su quella panchina.

«Non mi ricordo di averti visto» disse.

«Probabilmente non mi riconosci» disse l’uomo, poi cambiò l’argomento. «Mi chiamo Mark, piacere conoscerti.»

Passarono una piacevole mezz’ora insieme, chiacchierando, conoscendosi, diventando amici. Si diedero appuntamento per la mattina seguente.

Quindi adesso Anne aveva due motivi per alzarsi ogni mattina: la sua passeggiata mattutina nel parco e incontrare il nuovo amico. Il tempo passò, si abituò alla nuova routine, e tutto andò avanti come se fosse stato sempre così.

Inevitabilmente perché, dopotutto, questa è una fiaba, tutto cambiò di nuovo. Anne e Mark si incontrarono sulla panchina un pomeriggio dopo il lavoro e cominciarono a parlare. All’improvviso sentirono un grido forte che sembrava provenire da alcuni alberi lì vicino. Si alzarono di scatto e corsero verso il rumore. Trovarono una scena terribile. Lì per terra, sotto i rami contorti di una quercia antica, fu il corpo inerte di un giovane ragazzo. La sua gamba sinistra era piegata, sembrava rotta. Ma la cosa più terribile era la sua testa. Era girata in modo innaturale, un rivolo di sangue usciva dalla sua bocca mezz’aperta.

Anne corse dal ragazzo, poi si fermò, insicura di cosa fare. Allungò la mano e gli mise due dita sul collo.

«Non sento il battito» bisbigliò, spaventata.

Mark non disse niente. Si inginocchiò accanto al ragazzo, noncurante di sporcarsi i pantaloni, e cominciò a sbottonare la camicia del ragazzo.

«Cosa stai facendo?» urlò Anne.

«Sss!» rispose. Poi la guardò diritto negli occhi. «Devi stare zitta adesso, se vogliamo aiutarlo. Qualsiasi cosa che succede, non devi fare rumore. OK?»

Anne annuì, confusa. «Certo» disse. «Ma puoi fare qualcosa?»

Mark sospirò profondo. «Penso di sì. Fammi lavorare adesso. Ricordati, niente rumore.»

Anne trattenne il fiato mentre guardò Mark. Lui mise tutti e due le mani sul petto nudo del ragazzo e cominciò a premere. Per qualche secondo non successe niente, poi Anne sgranò gli occhi per lo shock. Una brillante luce bianca e calda scorreva lungo le braccia di Mark, verso il petto del ragazzo, poi gli passò su tutto il corpo, diventando sempre più forte, e Anne doveva proteggersi gli occhi. Morse la lingua per soffocare un grido quando vide il petto del ragazzo alzarsi e abbassarsi, una volta, due, tre volte. Il ragazzo cominciò a respirare regolarmente. Ma c’erano altre sorprese. Anne guardò a bocca aperta mentre pian piano il suo collo si raddrizzò e il rivolo di sangue scorreva all’indietro, fino a sparire. Anche la gamba si raddrizzò e sembrava che il ragazzo dormiva. Anne scoprì che le sue mani tremavano ed era sicura che avrebbe cominciato a urlare in qualsiasi momento. Il ragazzo aprì gli occhi e si mise seduto, un’espressione sorpresa sulla faccia.

«Do-dove sono?» chiese, intontito.

«Stai fermo un attimo, sei caduto giù dall’albero. Dovresti stare bene adesso, ma stai più attento nel futuro» Mark rispose.

In qualche modo, attraverso la nebbia di shock che la avvolgeva, Anne capì che c’era qualcosa che non andava con Mark. La sua voce sembrava diversa, più profonda. Si girò piano e lo guardò, e poi iniziò a urlare. Le sembrava di essere nel mezzo di un incubo dove non riusciva a svegliarsi. Il suo principe azzurro sembrava invecchiato di vent’anni all’improvviso. I capelli biondi erano striati di bianco e aveva rughe profonde intorno agli occhi. Si alzò e le mise un braccio intorno alle spalle.

«Aspetta ancora un attimo, poi ti spiego tutto» bisbigliò. Aiutarono il ragazzo a stare in piedi e guardarono mentre attraversava il parco per tornare a casa. Anne rabbrividì; il ragazzo camminò a grandi passi, pieno di vitalità, ma nella sua mente vide solo il suo corpo contorto e rotto, privo di vita.

Mark portò Anne alla loro panchina e si sedettero. Poi, parlando piano, iniziò. Le raccontò del suo coniglio che aveva rotto una gamba quando lui aveva quattro anni, di come aveva sentito passare un calore incredibile dal suo corpo a quello del coniglio, di come l’animale era saltato giù dalle sue ginocchia e gli correva intorno, la gamba intatta. All’inizio aveva pensato che il suo “tocco magico” fosse un dono ma presto aveva capito che era più una maledizione. A sei anni aveva già il corpo di un dodicenne e aveva imparato a restare lontano dalle persone e animali feriti. I suoi genitori rifiutarono di credere che lui poteva guarire le ferite e nessuno ne parlò. Andò via di casa appena possibile e fino ad allora aveva cercato di vivere una vita normale.

Anne lo guardò, incredula. «Quanti anni hai?» mormorò. E se aveva solo quindici anni?

«Ho ventidue anni» Mark rispose.

«P-pensavo almeno trenta» Anne balbettò. Aveva dieci anni meno di lei!

«Mi dispiace» disse Mark. «Non ho mai parlato di questo con nessuno prima. Non volevo mentirti ma non sapevo come dirtelo.»

Anne scosse la testa, triste. «Mi dispiace molto. Ma se non fosse stato per te, quel ragazzo sarebbe morto adesso. Invece è tornato a casa come se non gli fosse successo niente. Io…» Scoppiò in lacrime, non riusciva a continuare. La tenne stretto fra le sue braccia, mormorando parole rassicuranti.

Da quel momento la loro relazione cambiò. Vissero ogni giorno al pieno, grati per un’altra opportunità per stare insieme. Si raccontarono tutto, completamente aperti e onesti, ridevano e piangevano insieme, non si nascosero più niente. Ogni tanto lui aveva qualche capello bianco in più o delle righe più profonde e lei imparò a non chiedere niente ma ad accettarlo per quello che era.

Fino al giorno che Anne attraversò la strada di fronte al parco, ignara che l’autista del camion era troppo assorto nel guardare il cellulare per accorgersi di lei. Un stridio di freni precedeva l’enorme colpo che sembrava di esplodere nella sua testa. Si trovò sdraiata per terra con una pozza di sangue sotto la testa, appena cosciente, ma sapeva che Mark stava arrivando e che l’avrebbe toccata.

Eccolo qui, disse una vocina nella sua testa, ed eccolo lì, così familiare, mormorando parole d’amore nel suo orecchio. Voleva dirgli di non toccarla, di andare via, ma non riusciva, era troppo debole. All’improvviso sentì un’onda di calore passarle nel corpo, poi non c’era più dolore. Aprì gli occhi e vide la sua faccia preoccupata, la faccia di un uomo vecchio, davanti a lei.

«Ciao amore» bisbigliò Mark. «Stai bene adesso.»

Anne alzò il braccio e gli toccò i capelli bianchi. Lacrime le rigavano la faccia. «Non dovevi» pianse. «Guardati adesso!»

Mark sorrise. «Stai più attenta nel futuro, sia per te che per nostro figlio» disse. La sua faccia divenne bianchissima, cadde a terra. Anne urlò, sapendo che questa era l’ultima volta che Mark avrebbe usato il suo dono (maledizione, bisbigliò la vocina), e sembrava che non avrebbe mai smesso di urlare.

Come avevo detto all’inizio, non c’è il “e visse felice e contenta” in questo racconto. Dopotutto, la vita reale non è una fiaba, anche se a volte sembra magica. Oggi sono seduta qui sulla panchina con una rivista patinata (niente più Times, niente più ufficio, vivo la vita al pieno adesso) e una brezza leggera mi soffia i capelli, come una mano amorevole che mi accarezza, mi assicura. Sorridendo, guardo il bambino che dorme nel passeggino, mio figlio, il bambino di Mark. Insieme, facendo la nostra passeggiata giornaliera nel parco.


FINE


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